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L'OLIVO DI VENAFRO

PRIMATI E CURIOSITA' STORICHE DEGLI ANTICHI ULIVETI DI VENAFRO

Ricerca storica e bibliografica del Prof. Ferdinando Alterio

LA VENAFRO IMMERSA NEGLI OLIVI: DA MONACHETTI A NOLA

Alla  fine del XVII secolo  Benedetto e Giovanni Antonio Monachetti, nei   loro lavori manoscritti " Storia di Venafro" somigliano la  città ad un  uccello in volo.

"Questa città spande fuori due ali a destra e a  sinistra, tra le falde delle sue montagne 'l piano due tratti d'ulive  in lunghezza di due miglia  da ciascuna parte e tutti detti oliveti ben coltivati che piuttosto potrebbero dirsi giardini che selve d'olivi.  Somoglierei questa città ad un uccello che giacesse supino coll'ali,  colla coda aperta, e distesa figurando la città essere il corpo, gli  uliveti l'ali e la coda di tre recinti, il primo contiguo al corpo fatto  degl'ortaggi, il secondo dalle vigne, e 'l terzo da' territori e per  ultimo l'estremità della coda all'acque del Volturno".

E' vanto e ricchezza l'olivo venafrano per Eugenio Capaldi.

"E   per parecchi chilometri, in ambedue i lati di Venafro, lungo le falde   dei monti si spande questo aereo colore improntato alla terra.
L'olivo  Venafrano, pel fusto e  per la estensione dei rami gareggia con la  quercia . Se in Italia  non è stato Venafro la prima, come si dice , a  coltivarli, è certo che  nessun'altra città può provarne la precedenza, e  si ha buon testimone che da Venafro gli olivi  fossero stati portati  nel mezzodì di quella che ora è la Francia.
Quei boschi di olivi di  Venafro nei tristi tempi vernali offrono lavoro e facile guadagno a ogni  classe di persone  e soprattutto a persone  ordinariamente  non addette   a campestri lavori. Contro il gelo, le tempeste  e le mani ingorde  e  audaci  del villano, si provvedono come meglio può; e quei boschi durano  e crescono rigogliosi: Il vero Dio voglia salvarli da qualche decreto   dittatoriale  e da chi non ha  né sa  che si fare".
La notevole  estensione dell'area coltivata ad olivo si era conservata fino alla fine  del secolo scorso come traspare nella accurata Monografia fisica -  economica - morale di Venafro del 1877, scritta del Primicerio Francesco  Lucenteforte :
"A piè della montagna sinnalza al nord - ovest della  valle, giace Venafro , la quale domina la sottoposta pianura. Un  forestiere, che per la prima volta vi giunge, non può non restare ammirato al bel panorama che allo sguardo gli si presenta. Egli vede due  selve di robusti ulivi, che a dritta ed a sinistra della Città  verdeggiano lussuriosi lunghesso le falde del monte dal villaggio di  Ceppagna a Pozzilli, per l'estensione di oltre a nove chilometri su due;  osserva ben' ordinati orti ed abbondanti acque, che, dopo aver dato la  mossa a diversi mulini discendono a formare il grazioso fiume di S.  Bartolomeo ".

Gennaro Nola in un saggio sull'olivicoltura venafrana del 1936 sottolinea:
"Un  bosco di olivi circonda per tre lati i fabbricati della Città di  Venafro, si da offrire al forestiero uno spettacolo di bellezza e  serenità, specie quando tutto questo folto bosco di olivi, sconvolto dal  vento, appare allo spettatore quale un magnifico mare d'argento".


VIAGGIO A VENAFRO, DAL MARCHESE DE SALIS A FRANCESCO IOVINE

Nell'anno 1789, il Marchese Carlo Ulisse De Salis visita il Regno di Napoli.  

"Da  Isernia  proseguii il mio viaggio lungo il Volturno, attraverso  campi di grano, vigneti, boschi di quercie e colline rivestite di  cespugli, alla cui sommità ha sede generalmente un villaggio. Siccome  non vi esiste ponte, dovetti traghettare il Volturno, che qualche volta  cresce tanto da impedire ogni comunicazione, ed arrestare  temporaneamente il traffico. Subito dopo il passaggio del fiume,  raggiunsi Venafro, piccolo borgo di 3000 anime, appartenente alla  principessa di Avellino. Nel limitato territorio di Venafro si produce  molto grano, vino, legumi, frutta; ma è importante più d'ogni altro, la  qualità e la quantità dell'olio che vi si ricava annualmente. L'olio di  queste terre era famoso anche al tempo dei Romani, ed ancora oggi  vi  sono le migliori qualità di alberi di ulivi, fra cui tiene il primato  l'oliva  Sergia, che il Dr. Presta di Gallipoli ritiene essere la  Licinia citata da Plinio".

Nell'anno 1861, soldati milanesi furono a Venafro  per  manifestare e  accrescere   fratellanza, nel nuovo regno.

" Davanti  ad una valle piana nel perimetro di più di 20 miglia che  dilatasi a guisa di stella. E attorno, fin dove l'occhio può giungere, e  lo spazio è molto, si rallegra lo sguardo alla bellezza  di tante  olive, che segno di pace , pare dovrebbe stabilire  fra il Creatore e la  creatura un patto d'amore indissolubile".

"Venafro s'innalza   sul dosso del monte S. Croce, o poco meno di metà altezza, ove dominasi  un vasto spazio; ma dove però meglio si domina  tutta la provincia di  Terra di Lavoro è dal vertice  dello stesso S. Croce , il quale per la  sua altezza offre uno di quegli spettacoli cui Dio concesse di veder  continovo a chi nato fra i monti pare
s'innalzi più leggiero non  contaminato dal lezzo delle grandi città. Cosa incantevole  a vedersi in  quelle pianure e su quei monti  è la meravigliosa coltura degli olivi  che i Venafrani, introdussero fin dai tempi di Tarquino il Prisco,  mentre in Italia ancora non era conosciuta"(Carlo Tedeschi).

Gli  uliveti pedemontani  hanno  interessato lo scrittore molisano Francesco  Jovine che dedica parole dolcissime al sito e alle piante  .

"Campi  grassi, irrigui, felici di vegetazione fittissima;  strade dritte,  percorse da agili carri dipinti vivacemente, cavallini adorni di fiocchi  e di bubboli sonori.  Su ai margini della piana la campagna tende ai  monti prossimi con pigra dolcezza di declivi e di prode folte di ulivi  dalle chiome interamente verdi, fronzute; le piante numerose in  bell'ordine fanno bosco, hanno una cordiale solidarietà di vita. Ai suoi  orci affluisce ancora, come duemila anni fa, l'olio giallo e denso come  miele che piaceva a Cicerone".



L'OLIO VERDE DI ORAZIO

Q.F.  Orazio in un dolce e crepuscolare carme  confida, al caro amico  Settimio,  il desiderio di  voler  trascorrere  l'età avanzata della  propria vita a Tivoli, ma in caso di impedimenti avrebbe preferito la  campagna di Taranto.  

"Piaccia al cielo che Tivoli, fondata dai  coloni argivi, sia la mia dimora nella vecchiaia e a me stanco segni il  termine dei viaggi per mare e terra e delle fatiche militari. Se di lì  le Parche avverse mi terranno lontano, io mi avvierò verso il fiume  Galeso, diletto alle lanute greggi, e verso le campagne, su cui regna lo  spartano Taranto: Quel cantuccio  a me sorride sopra ogni altro della  terra dove il miele non è inferiore a quello dell'Imetto e l'oliva   gareggia con quella verdeggiante  di Venafro  ivi offre il cielo lunga  la primavera e tiepido l'inverno" e l'Aulone, caro al fecondo Bacco, non  invidia l'uva falerna".

Giovanni Presta, autore del settecento,  ha posto molta attenzione  al termine " viridique " e lo ritiene posto  non a caso; in una nota presente in un suo libro riporta:
"non   era Orazio un poeta da dare così per caso l'aggiunto di verde  all'uliva, da cui traevasi de'suoi tempi il nostro olio: Viridique  certat bacca Venafro".

Non dimostra avere dubbi il Presta sul  fatto che a Taranto e a Venafro si produceva  "l'oleum viride" o come  lui preferisce chiamarlo semionfacino:
" In  Ottobre in fatti  tra noi addiviene, ch'elle (le olive) siano così vajolate, come il  Columella le pretendeva, allorché volevasi corle, per fabbricare  dell'olio fine, che li Romani dicevano oleum viride, oleum strictivum,  oleum ad unguenta, qual soprattutto era l'olio celebratissimo dell'uliva  Liciniana delle campagne di Venafro, sebbene la differenza del clima, e  del sito ciò colà ritardasse sino al Novembre".

Noi  non abbiamo  autore, che apertamente assicuri, che anche tra i Salentini si  fabbricasse l'olio onfacino,  ma poiché Orazio del nostro olio  cantò  "viridique certat bacca Venafro ",  è a desumersi che intendesse  dell'onfacino, poichè non era egli un poeta da dar l'aggiunto di verde  ", viridique ", così a caso, e senza motivo".



LA COLTIVAZIONE DELL'OLIVO DI VENAFRO ATTRAVERSO I MILLENNI

Marco  Porcio Catone , nominato " il censore" per la tenace  difesa che ebbe a  favore delle tradizioni romane , nel suo prontuario " Liber de  Agricultura"  riporta menzione  dell'olivo e dell'olio di Venafro.

"In  un terreno grasso e caldo pianta olive da condire: radio maggiore,  sallentina, orchite, posea , sergiana, colminiana, albicera, quella di  preferenza che in quei luoghi diranno essere la migliore. Pianta  quest'oliva a intervalli di venticinque o trenta piedi. Nessun altro  campo sarà buono a metterci l'oliveto, tranne quello che sarà rivolto  verso il favonio e ben esposto al sole. Se un campo sarà alquanto freddo  e magro, bisogna piantarvi l'oliva liciniana: se invece la pianterai   su terreno grasso e caldo, l'olio sarà cattivo, l'albero perirà per eccesso di produzione e lo rovinerà il muschio rosso".

M.T.Varrone e Plinio il vecchio ribadiscono l'adattamento e la preferenza della licinia ad  un suolo povero e freddo:
"Nel  suolo  piuttosto freddo e scarso,bisogna piantarci l'olivo di Licinia.  Se lo metterai in un luogo grasso e caldo, da' olio cattivo, la pianta  perisce per eccessiva fecondità e s'imbratta d'un rosso che la  intristisce" e "venendo inoltre attaccato dal musco e dalla ruggine ",  specifica Plinio. Quest'ultimo, d'altro canto nella sua Naturalis  historia (XVII, 31) afferma: "nel territorio di Venafro il terreno  ghiaioso è adattissimo alla coltivazione degli ulivi"(glareosum oleis  solum aptissimum in Venafrano).

Il Marchese Carlo Ulisse De Salis   nel suo Viaggio nel Regno di Napoli del 1789 precisa che a Venafro  "Nelle annate di buon raccolto, si ricavano più di 70.000 staia di olio,  che viene venduto a 16 carlini lo staio. Gli oliveti da me esaminati si  trovano tutti in floridissime condizioni, ed osservai che era  buonissima la potatura degli alberi".

Il Lucenteforte, invece,  già alla fine dell'Ottocento, indugiava sulle errate pratiche colturali,  specificando: "I proprietari di uliveti ritenuti dalla lentezza onde  l'ulivo cresce, e dal dispiacere di perdere il frutto che avrebbero  avuto da' rami tagliati, non sanno indursi a potare un ulivo se non  quando lo veggono mal ridotto e sparuto. Ma allora sono costretti, loro mal grado, a tagliare de' rami grossi; e poiché veggono che la piaga  fatta non rimargina, ma diviene cancerosa da restarne roso il legno, e  concavo il tronco, più duri nemici divengono della potagione".
Il danno procurato con la  cattiva potatura è espresso anche in versi  :

Guarda  il tronco
Tutto cavo! Perché? Vedine il taglio
Del grosso ramo, e qual qui stava larga
Profonda ed insanabile ferita
Che cancrenosa addivenuta a poco
A poco il legno ha roso,e tanto
Che serba appena omai segno di vita
Quell'aspetto perché languido tutto?

Ancora,  il Lucenteforte nella sua Monografia di Venafro (1877),  fa una  disamina della disposizione degli olivi"E l'aspetto d'un ombrosa foresta  hanno appunto gli oliveti Venafrani e per difetto di distanza e  specialmente perché gli alberi generalmente non vi sono a simmetria  disposti". L'Autore poi spiega: "Chi pone mente agli oliveti più antichi  e a quelli che sembrano più disordinati, troverà ordine, direzione e  simmetria nelle piante più annose, e tutto il contrario nelle piante più  recenti; onde desumerà che il difetto è de' tempi successivi, per varie  cause, tutte figlie dell'avidità del proprietario, che si studia sempre  di avere un numero di alberi maggiore di quello che lo spazio non  consente".



L'OLIO DI VENAFRO AI PIU' SCHIFILTOSI E RICCHI

Giovanni  Presta nella  "Memoria intorno a i  sessantadue saggi diversi di olio  presentati alla Maestà di Ferdinando IV, Re delle Due Sicilie" (1788),  parlando del miglior olio al tempo dei Romani, scriveva: "Si   distingueva su ciò Venafro,  si distinguevan altri  Paesi , ma né  l'Attica , né il paese Sabino , né il Romano; e quel poco, che da  Venafro se ne traeva, iva per lo più riserbato ai Proprietari degli  Uliveti, era riserbato ai più delicati, ai più schifiltosi, ai più  ricchi" … " e  pur  non per tanto non troverassi che gli Olii nostri  sien superati dai Venafrani, ed in ispezieltà da quei di Licinia che era  l'uliva al cui Olio non conosceano gli Antichi il migliore ".
Giovenale,  scrittore latino nella satira sul ricco Virrone narrava che questi  sulla squilla circondata da asparagi, versava olio di Venafro, mentre  l'ospite sopra il suo gamberetto, misero uovo e cavoli versava olio  lampante della Numidia che era portato a Roma dai discendenti di  Micipsa:
"Ipse venafrano piscem perfudit: at hic, qui | pallidus adfertur misero tibi caulis, plebi | lanternam… " .
Q.F.  Orazio, in una satira apprende dall'amico Cazio che in una  cena è  regola presentare due salse; una delle due deve avere per componente  olio di Venafro:

"Val la pena  di conoscere la qualità di due  specie di salsa:una semplice che si compone d'olio fresco, da combinare  con vino generoso e con salamoia , non diversa da quella che prese odore  negli orci di Bisanzio: l'altra si ottiene facendo bollir questa con  erbe triturate e sparsa di zafferano Coricio, lasciandola raffreddare,  con l'aggiunta di olio d'oliva spremuto dai torchi di Venafro".

In  un'altra satira, fa raccontare a Fundanio il pranzo che Nasidieno Rufo  ha offerto a Mecenate. Esalta  il sapore di una murena  presa incinta   che è contornata da granchi natanti in una salsa che ha tra gli  ingredienti  olio di Venafro, di prima molitura.

"Qui   compare,disteso in un vassoio,una murena contornata di granchi natanti  nella salsa questa (dice il padrone ) è stata presa incinta, perché,  dopo il parto, la carne è meno gustosa .La salsa è composta di questi  ingredienti: olio di Venafro, di prima spremitura; estratto di pesce  dell'Iberia; vino di cinque anni , ma dei nostri paesi, versato mentre  il tutto bolle".

Fundanio, suocero di M.T. Varrone incontra  il  genero alla festa della Sementa e discorrendo della dolcezza del nostro  clima dichiara:

"Al contrario , in Italia, non v'ha cosa utile  che non solo non vi nasca, ma che non riesca anche bene. Qual grano mai  si potrebbe paragonare al grano della Campania?  Qual frumento a quel  dell'Apulia?Che vino al  Falerno? Che olio al Venafro? E non  è essa  L'Italia tutta messa ad alberi da parer un pometo? N'è forse più  abbondante di vino la Frigia, che Omero appella ricca di viti? O Argo,  che lo stesso poeta dice polipira. Dove mai ogni iugero di terra fa  10 a  15 otri di vino, quanti alcune regioni d'Italia".

Si fabbricavano a Capua e Venafro profumi:
G. Cotugno riporta   
"e con ragione  i profumieri Capuani se ne servivano, per fare i loro preziosi unguenti di rose".

Per G. Morra erano presenti a Venafro opifici per l'estrazione di essenze floreali.

"  Altra industria che sembra sia stata presente a Venafro fu  quella  dell'estrazione delle essenze dei fiori, che ebbe grande diffusione in  Campania dopo che , nel 189 a.C., per ridurre le importazioni  dall'Oriente, fu proibito il commercio di cosmetici di provenienza  straniera.Essa, col tempo, dovè  notevolmente progredire  e la sua  rinomanza diffondersi se Marziale,273 anni più tardi, componeva il  seguente epigramma. ..."" Le olive del campano Venafro hanno distillato  quest'olio per te: tutte le volte che tu prendi un unguento, ha  anch'esso questo profumo".



L'OLIO DI VENAFRO: UN PRIMATO MONDIALE

Nessun  luogo al mondo, coltivato a olivo, ha più tradizioni ed è più citato  dalle fonti antiche, del territorio pedemontano di Venafro.
Plinio, nella Historia naturalis fa una classifica dei migliori oli del mondo antico.
"A  volerla bene intendere, la natura è stata in questo previdente, in  quanto il consumo immediato del vino, nato per ubriacare, non risponde  ad un'esigenza pratica, e anzi quella punta di svaporatura che il vino  assume invecchiando invita a conservarlo; ella non ha voluto che si  facesse risparmio di olio e ne ha diffuso, di conseguenza, l'impiego  anche tra la gente comune. Anche rispetto a questa risorsa il primato in  tutto il mondo lo ha ottenuto l'Italia, grazie soprattutto al  territorio di Venafro, e a quella sua zona da cui si ricava l'olio  liciniano, per cui è diventata di gran pregio anche l'oliva Licinia. A  conferirgli questa preminenza sono stati i profumi, con i quali il suo  odore lega bene, nonché il giudizio più raffinato del palato. 'Del resto  nessun uccello becca le olive licinie. Il posto successivo in questa  gara è ripartito a pari merito tra l'Istria e la Betica. Per il resto le  province più o meno si equivalgono per la qualità del prodotto, se si  eccettua il suolo dell'Africa, produttore di messi: la natura lo ha  accordato tutto intero a Cerere; quanto al vino e
all'olio, si limitò a non negarglieli e gli procurò gloria a sufficienza coi cereali".

Alla  fine del XVII secolo Benedetto e Giovanni Antonio Monachetti, nei  loro  lavori manoscritti " Storia di Venafro", nel capitolo "Oglio e Olivi",  esaltano l'olio e la gestione degli oliveti, richiamando il geografo  Strabone, (I sec. a.C.)

"E' questa città abbondantissima di ogni  sorta di necessario all'umano vitto, soprattutto spande da ambedue i  lati quasi due ali di abbondantissimi ulivi dai quali si raccoglie olio  di fatturazione perfetta che secondo la testimonianza di antichi e  moderni autori, non v'è migliore olio in tutto il regno del mondo. La  testimonianza di Strabone dando il vanto di tutte le cose necessarie al  vitto umano cioè il grano, vino e olio alla Campagna detta perciò Felice  non ammette parzialità nel grano, nel vino vanta il Falerno, il Setino,  Caleno, la preminenza dell'olio la restringe a quel di Venafro solo del  quale va dicendo così "Venafrum unde oleum optimum".

Nel II  secolo a.C., Marco Porcio Catone suggeriva nel  Liber  de Agricultura, ,  di applicare nella vendita  delle olive la " Lex oleae pendentis" che  aveva sperimentato a Venafro ove possedeva un oliveto di 240 iugeri (60  ettari)

" L'oliva  si vende sulla pianta con questo contratto:  "Si venderà dell'oliva sulla pianta in un fondo di Venafro. Chi comprerà  l'oliva, oltre al prezzo pattuito, darà la centesima parte di tutta la  somma all'esattore e il prezzo del presente bando che è di cinquanta  sesterzi. Inoltre darà millecinquecento libbre di olio romano, duecento  libbre  di olio verde, cinquanta moggi di oliva cascola e dieci di oliva  colta a mano: tutto misurando col moggio oleari".
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